La Bari in serie D.

Fenomeni paranormali: si punta a 10mila abbonamenti in uno stadio di 65mila posti disegnato da Renzo Piano per una squadra di calcio che gioca in serie D. Siamo a Bari.

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Costa sud-est di Bari: una travagliata storia amministrativa.

La storia amministrativa della costa sud-est.

  • 1989/90- sindaco Dalfino– con delibere del cc si dà incarico ad un gruppo di progettisti per studi ed indagini preliminari al piano particolareggiato della costa;
  • 1990- regione Puglia (presidente Bellomo)– legge n.20 (divieto di edificazione entro 300 mt dalla linea di mare);
  • 1992- sindaco Mazzuccai progettisti richiedono all’amministrazione comunale la documentazione dei vincoli esistenti e le lottizzazioni già all’esame degli uffici. Richiesta mai evasa;
  • 5/1992- sindaco Mazzucca– si adottano e si approvano le lottizzazioni di Punta Perotti; •
  • 1/1995- sindaco Memola– rilascio concessione edilizia Punta Perotti;
  • 1997– sequestro palazzi Punta Perotti;
  • 1997- sindaco di Cagno Abbrescia– in bilancio 3 miliardi di lire per un concorso internazionale di idee per il tratto dal teatro Margherita a san Giorgio. mai pubblicato; •
  • 1998- sindaco di Cagno Abbrescia– nasce la spiaggia di Pane e Pomodoro; •
  • 3/1998– nota della soprintendenza ai beni ambientali che richiede alla regione (presidente Di Staso) l’adozione di un. provvedimento di tutela della fascia costiera a sud-est di Bari. Richiesta senza esito;
  • 10/1999– decreto di vincolo della costa da parte del ministero; •
  • 2001- sindaco di Cagno Abbrescia- denunciata presenza di amianto a Torre Quetta;
  • 2001/2004- sindaco di Cagno Abbrescia– asportati da Torre Quetta 11 tonnellate di manufatti di amianto in presenza di balneazione;
  • 2004- sindaco Emiliano– apposizione sigilli a Torre Quetta;
  • 2006- sindaco Emiliano- abbattimento palazzi Punta Perotti;
  • 2007/2008- sindaco Emiliano- bonifica di 1000 tonnellate di amianto da Torre Quetta con divieto di balneazione;
  • 2009- sindaco Emiliano– riapertura alla balneazione a Torre Quetta;
  • 10/2011- presidente regione Vendola– approvato il piano regionale delle coste;
  • 2014- sindaco Decaro– i costruttori di Punta Perotti presentano un nuovo progetto che comprende anche l’area di Torre Carnosa dove insiste un progetto di lottizzazione presentato nel 1990 ;
  • 2017/2018- presidente regione Emiliano– pubblicati bandi per progettazioni a tutela del paesaggio costiero;
  • 2018- presidente regione Emiliano– proposte modifiche statutarie a tutela della bellezza del territorio pugliese;
  • 8/2017- sindaco Decaro– documento di indirizzo per il piano comunale delle coste;
  • 12/2017- sindaco Decaro– approvato piano di riqualificazione capannone industriale ex-GS per unità a residenza, bar e ristorante;
  • 2/2018- sindaco Decaro– presentato il piano comunale delle coste.

 

“via Dante”- un racconto breve di Antonio Longo.

Via Dante è -credo- la strada più lunga di Bari. Non è a scorrimento veloce ma una delle tante “parallele” che, dalla periferia Ovest, attraversando Libertà e Murattiano, termina, col suo prolungamento via Imbriani, a mare. Chi la scelga per entrare in città, proveniendo da Modugno, dal San Paolo o dalla Zona Industriale, sa di doversi esercitare con la virtù della pazienza.

Garzoni dei fruttivendoli che escono, per il domicilio, in bici o in motorino e ti mandano affanculo se non li fai passare prima; quelli in doppia fila che si incazzano con quelli in tripla fila; massaie piene di buste provenienti dal mercato della Manifattura che non amano camminare sul marciapiede; avvocati pensierosi che escono dal Tribunale zigzagando al centro della strada alla ricerca dell’auto parcheggiata chissà dove; nullafacenti a bighellonare agli angoli dei bar; qualche residuo “basso” ancora abitato con anziani seduti sull’uscio a guardare i passanti: una umanità varia a cui, più o meno, sono abituato. Pertanto non mi fa alcun effetto la Smart metallizzata con musica “house” a tutto volume che esce di colpo dal parcheggio, dribla, con serpentina degna del Ciccio Brienza dei bei tempi, la moto parcheggiata a tromba e mi taglia la strada per mettersi in carreggiata: andavo piano, nessun problema.
Ad alcuni incroci di via Dante ci sono semafori: c’è uno strano genere di guidatori che -non ne ho mai capito la ragione- rallentano col verde e di colpo, al comparire del giallo e poi del rosso, si producono in un formidabile sprint, recuperano velocità, passano l’incrocio ai primi attimi del rosso (a volte con rumorosi “chitemmurt” di quello dal lato) e precludono, a te che stai dietro, la possibilità di passare a tua volta. Nessun problema: meglio che la Smart si sia allontanata: la prudenza non basta mai.  Solo che me la ritrovo all’isolato dopo, ferma al centro della strada. La guidatrice, dal finestrino, discetta con alcuni tipi all’angolo di un bar: non riesco a cogliere il dialogo ma la lunghezza, il gesticolio e il pathos della discussione fanno immaginare un simposio internazionale di alti studi filosofici. Non ho fretta, non suono e non lampeggio ma quelli dietro di me non la pensano uguale e un rumoroso concerto di clacson comincia a diffondersi all’altezza di via Libertà. Una voce -direi di “controprotesta”- si leva tuttavia dalla Smart davanti e recita piu o meno: “Ohh, vaffammocc all’ muert d mamm’t, avast a fa la josa col clacson!”. La tentazione di svoltare a sinistra e prendere altra strada c’è; ma la tipa riparte. Sgommando. Giusto in tempo per fruire dell’ultimo attimo di verde del successivo semaforo e impedire a me -come da manuale- di passare. Siamo in zona Tribunale, saluto un paio di avvocati che attraversano distratti e riparto col verde successivo. Non vedo più la Smart all’orizzonte. Pericolo scampato, penso: mang’ po cazz! Si ripete la scena iniziale; si incunea senza preavviso tra me e la macchina davanti. Anche stavolta evito l’impatto per pochi cm. La tipa sembra lanciare un segnale con la mano come a dire “scusa” e riparte, sempre sgommando. L’incrocio successivo non ha il semaforo ma lei rallenta lo stesso. E si ferma di nuovo a metà carreggiata. Colpo di scena: scende. E’ una ragazza bruna, sui 30 anni, a prima vista anche piacevole di aspetto. Mi fa segno di aspettare. E stam’c! Prende sottobraccio 2 tipi che stazionavano nei pressi dell’elettrauto, ci scherza un po’, li saluta, baci e abbracci. E si congeda. Non prima di aver concluso: “Ohh, e dingill a chedda zocc’l che l’ava’ f’rnesc di chiama’ a Vinginz”. Mo’, non so dire il grado di parentela tra la “zocc’l” evocata, Vincenzo, la guidatrice e gli astanti: fatto sta che l’invito perentorio viene accolto con un “Non t’ si preoccupann, Jessica. Vai tranquilla.” La risposta tranquillizza Jessica (non so se con la J o con la G) che, con ampio sorriso di soddisfazione, sta per rientrare in macchina quando viene malauguratamente distratta da una macchina un paio di posizioni dietro di me e dal cui abitacolo si leva una protesta lunga e pittoresca. Le parole “fasce”, “fess d’ mamm’t” e “b’cchin”, non lasciano dubbi di sorta. Come non lascia dubbio alcuno lo sguardo di Jessica -passato da soddisfatto ad inferocito- che, pantaloni dentro gli stivali, giubbotto nero, borsa di marca, occhiali da sole e posa da giustiziera, si incammina, a piedi, verso la macchina dietro che protestava. “Ci je’ a te, non si’ dormut stanotte? E chedda p’ttan di mgghier’t, je sciut coll’amico suo e ta’ lassat com a nu tr’mon? A da disc grazie che esisti tu, co’ chedda faccia da chitemmurt ca’ tiin, strunz! U clacson, mittatill ‘ngul ca m’ fasc v’nì u mal d’ cap, josce. E mai ca stè cud chitemmurt du Sinn’c quann stonn chiss che rovinano la quiete!” Sembra, infine, placarsi e rientrare verso la sua auto ma ha un ripensamento. Si sfila uno stivale e col tacco batte con violenza il cofano. Si apre lo sportello, esce il tipo, mingherlino, non giovane. Si mette male, deduco dallo specchietto. La rissa è fortunatamente evitata dall’arrivo di una moltitudine di “pacieri” che riescono, con una certa maestria, a separare i litiganti. Visto che non potevo procedere, scendo pure io per osservare il vicino banco di un interessante fruttivendolo che reclamizzava a 50 centesimi al Kg. promettenti “tarocchi dell’Etna”. Ho un euro in tasca: vada per 2 kg.. E torno in auto -profumata dalle arance- in attesa degli sviluppi. Ora, è noto che di questi tempi un po’ così, le caratteristiche di persone come Jessica appaiono requisiti fondamentali per essere, ad es., elette Vice Presidenti del Senato. Come pure è noto che il nuovo pensiero politico dominante sostiene che bisogna avere grande rispetto per questo genere di comportamenti vivaci; altrimenti ti appioppano, così, a buon a buon, un “Sei un radical chic!”. E in linea con questo nuovo pensiero dominante, non appena mi ripassa davanti, la fermo: “Men, Jessica, lo stivale! Rimettitelo ca’ non jè bell a cammina’ scalza, meh…”. Non commenta; ma si infila lo stivale, rientra in auto, riparte con sgommata e tira dritta. Per fortuna, all’angolo successivo, vedo che si può svoltare a sinistra…
 

Benny Campobasso sul lungomare a sud di Bari.

In occasione dell’incontro di venerdì 6 aprile sul Lungomare a Sud della città riceviamo da Benny Campobasso:
“Lo chiamano Parco Perotti ma il vero nome è Parco della legalità. Sembra paradossale ma segna il limite con l’illegalità perdurante del lungomare sud, la Scampia barese, il terreno che fotografa il fallimento delle amministrazioni locali, il limite al potere dei potentissimi palazzinari baresi, un condensato della distanza abissale tra le promesse elettorali ed una realtà fatta di abusivismo, spaccio, mercimonio di giovanissime ragazze e intimidazioni verso chi cerca di avviare attività non gradite, evidentemente, ai “signori” della zona.
L’area metropolitana di Bari può e deve diventare il terzo polo del turismo pugliese dopo il Salento e il Gargano. Per farlo deve cancellare la vergogna di quel lungomare che è l’ostacolo maggiore tra la Bari di oggi e quella caratterizzata da un turismo non più solo in transito verso altre mete più accoglienti.
La regia di Piva ne “Lacapagira” ci ha mostrato cosa avviene tra quella strada che tante volte percorriamo e la ferrovia che scorre parallela alla costa. Soprattutto ci ha ricordato quanto i baresi riescano a convivere a contatto col degrado e l’illegalità come se niente fosse, semplicemente voltandosi dall’altra parte. Lo abbiamo fatto per duecento anni con Bari vecchia, periferia nel centro della città fino al recupero del piano Urban, lo facciamo quando andiamo verso sud in cerca di refrigerio l’estate, lo facciamo purtroppo in tante altre occasioni. Qualcosa, per fortuna, cambia.
Mi piace immaginare il recupero di quel tratto di costa come il simbolo di un nuovo rapporto tra Bari e il mare. Un posto dove ci si possa sedere a guardare il mare sapendo che alle proprie spalle c’è una città della residenza e del commercio, della legalità e delle regole”.

Benny Campobasso
Presidente Regionale Confesercenti Puglia

 
 

Continua il dibattito su Bari vecchia. Riceviamo da Rosanna Nicastri, ordine degli architetti di Bari.

Leggo con piacere quanto Mirella Giannini scrive in qualità di residente e “abitante” il Murattiano e sociologa.Di fatto il giorno 26 marzo , giorno del dibattito al museo Civico sui “vent’anni dopo il piano urban” sono arrivata, per doveri istituzionali in altre sedi, in ritardo all’incontro al quale Mirella e Franco Neglia mi avevano gentilmente invitata . Credo, di essere stata invitata come Architetto libero professionista, componente del Direttivo della Associazione AIDIA (Donne ingegneri e architetti) , consigliere del direttivo di Stati Generali delle donne, membro della Casa delle Donne, insomma per le personali battaglie associative nelle quali confido per contribuire ai cambiamenti. Nonostante il ritardo mi sono piacevolmente intrattenuta con persone che abitavano la “barivecchia” e con Mirella. Sono rimasta per la condivisione di una cena “slow” e per ascoltare .Il desiderio dell’ascolto nasce dall’idea che, il bisogno e desiderio di qualità di oggi rispetto alla logica quantitativa del passato in urbanistica non debba riguardare solo la bellezza dei luoghi ma anche la capacità di gestirli e farli funzionare, ritengo che a problemi differenti non si possono più offrire soluzioni uguali e i comuni e i soggetti attuatori della pianificazione hanno la responsabilità di scelte che ormai, dovranno necessariamente scaturire da una profonda conoscenza del territorio e delle esigenze della popolazione, cogliendo le differenze ambientali e sociali fino a scendere nelle differenze tra nuclei familiari e fasce d’età utilizzando altri parametri.Tali parametri dovranno necessariamente adeguarsi ai luoghi e ai tempi e necessariamente mutare con il mutare delle abitudini di vita e del territorio che si trasforma.”Il corpo dell’abitante” rimane ancora invisibile in una logica di interventi, vigenti, legata a “presunti fabbisogni” quantificati in m.cubi o quadri (gli standard) che condizionano tutte le progettazioni e pianificazioni, che utilizzano   metodi di conoscenza e bisogni basati sulla autoreferenzialità e esternalità rispetto ai veri portatori di bisogni, il corpo dell’abitante ,dico, ne rimane totalmente escluso . Il sistema di produzione delle “risposte” che contiene in sé i criteri per formulare le soluzioni fa sì che, le rappresentazioni degli utenti siano prodotte ancora senza rapporto con gli stessi in quanto contenute nel sistema di produzione delle soluzioni comprese nelle discipline delle normative esistenti e codificate. L’utente pur chiamato a partecipare rimane così ancora costretto in una caratterizzazione passiva, che sente sulla pelle e viene fuori dai dibattiti in corso, glissati dai soggetti politici e incastrati in qualcosa che non riescono a modificare per le prassi legislative. Il senso di appartenenza ad una “comunità” del barivecchiano tuttavia è straordinaria in un mondo che vuole invece dissolvere i confini e creare territori. Questo sentire è un patrimonio e aiuta la riflessione che va fatta sulla necessità del ribaltamento del concetto della figura del cittadino come fruitore –consumatore a quello di co-protagonista del disegno urbano, magari partendo dall’idea della “percezione” che poi si esprime in un giudizio su un luogo o su un servizio .La considerazione degli interventi di mediazione come strumenti di monitoraggio e regolazione dei conflitti sociali indispensabili per individuare e gestire le problematiche, la necessità di attenzione agli aspetti corporei, insediativi, fisico morfologici degli ambienti, alle pratiche del vivere quotidiano in un luogo specifico, alla idea che la qualità della vita e urbana si misura alla scala della vita, la osservazione che, la soggettività di un architetto si costruisce nel misurarsi con le altre soggettività mediando la propria esperienza e le richieste che vengono poste, sono fattori fondamentali per nuovi approcci istituzionali e professionali. Metto a questo punto in evidenza un esperimento che AIDIA e Stati Generali delle donne porta avanti da due anni e mette insieme donne tecnico (ingegneri e architetti) e donne degli Stati Generali e delle tante associazioni della Casa delle donne in un percorso finalizzato ad un progetto di riqualificazione di un’area a partire proprio dalla “percezione” ma delle donne , utilizzando le donne come strategia, come chiave di lettura per far emergere le complessità delle figure e dei soggetti sociali che abitano con i loro bisogni, desideri e punti di vista una cittadinanza dell’uguaglianza nelle differenze.   Non siamo pioniere in questo, Vienna e la Germania hanno già adottato tecniche di questo tipo in uffici preposti e riconosciuti che hanno prodotto quartieri esemplari per la qualità di vita ma lì c’è una storia, il Fraueburgo o il progetto Heimhof , non siamo lontane dal metodo, poco conosciuto, lo stiamo sperimentando, lo siamo ancora da una visione di una cultura delle differenze che si nutre invece di classificazioni unificanti e da sempre incoraggia, trascura ,ignora le diversità e per la quale noi donne, purtroppo, ne paghiamo le conseguenze.

 
 
 

Intervento di Mirella Giannini. Il governo delle contraddizioni a Bari vecchia.

 

Vent’anni fa si diceva che, con il Piano Urban, Barivecchia si sarebbe trasformata da quartiere marginale in “vetrina per il turismo”. Ed è vero che oggi non è più un quartiere off limits ma bello e bianco, con tesori archeologici scoperti e valorizzati ogni giorno che passa. Tuttavia sono sorti da subito problemi conseguenti a questo “sviluppo”, dal dilatarsi della ristorazione rumorosa a quelli logistici, accompagnati da disservizi che noi come Murattiano ci siamo dati il compito di segnalare pubblicamente e, anzi, di promuoverne la denuncia. Questi problemi, nel tempo, hanno reso evidenti delle contraddizioni sociali che è difficile governare. 

Ora, una linea di governo di queste contraddizioni è possibile, basta accettare l’idea che “sviluppo” non riguarda solo l’economia, ma la “qualità della vita”, che non risponde a paradigmi assoluti, calati dall’alto, ma che si basa su “percezioni” della popolazione, che entrano nel processo di costruzione dell’identità sociale. Nel caso di Barivecchia vecchie identità sociali si sono scontrate con le trasformazioni economiche innestate dagli interventi dell’Amministrazione municipale. Basti pensare a come la comunità autoctona abbia visto mutato il rapporto con il mare (dalle “vacanze estive” con le sedie fuori delle case sulla Muraglia alle “fornacelle” sul lungomare che hanno creato problemi di legalità) o con la pulizia dei vicoli (dalle donne che gestivano autonomamente la pulizia delle case e delle “chianche” all’adeguamento all’organizzazione di pulizia gestita dall’Amministrazione), a come cioè gli interventi modernizzanti abbiano prodotto contraddizioni sociali. 

Un buon governo dovrebbe saperle gestire scegliendo una linea precisa, quella di interventi che rendano compatibili le esigenze di una comunità barivecchiana che ancora esiste e che va sostenuta, con la valorizzazione urbanistica e archeologica per proiettare il quartiere nel futuro. Per far questo, l’Amministrazione dovrebbe farsi carico di organizzare momenti partecipativi per costituire e fruire di un capitale sociale caratterizzato dall’orgoglio di vivere Barivecchia.

Sulle attività artigianali a Bari Vecchia. Un contributo di Maria Pierno.

Salve sono Maria Pierno, scrivo alla vostra associazione a seguito dell’incontro tenutosi ieri pomeriggio al museo civico sui tema  riguardanti Bari vecchia a vent’anni dal piano Urban.

Abito da nove anni nella città vecchia, in una traversa di piazza Mercantile e da tre anni la mia abitazione è diventata anche atelier d’arte (casa atelier Malta di Geris – arte e design). In tutto questo tempo si è creato un rapporto di fiducia con la gente del territorio ed anche una insolita soluzione come quella di una casa d’arte è stata ben accolta. Da due anni  anche alcune botteghe artigiane insediatesi su via Palazzo di Città stanno tenendo duro  per costruire un’identità della Città Vecchia che prescinda dal solo consumo di cibo serale.

Sugli usci delle case di bari vecchia in genere si mettono ad asciugare le orecchiette, sule mie scale si asciugano sculture, sull’uscio delle botteghe si vedono burattini in costruzione, argilla decorata, lavorazione in vetro tiffany ed altro ancora.  Tutto ciò nel tempo incuriosisce ed un poco alla volta  comincia un’opera di sensibilizzazione del territorio a differenti contenuti culturali.( Però è dura per gli artigiani stare sulle spese in questa fase di lancio, potrebbero scoraggiarsi)

 Il linguaggio creativo è veramente universale e mi ha permesso di entrare in contatto con i ragazzini che trascorrono gran parte del loro tempo per strada emulando avvolte modelli discutibili. Mi son detta – proviamo ad offrire loro altri modelli –  ed allora li ho invitati a creare con me, incontrando il favore delle mamme e delle nonne ( che abitualmente animano la piazza mercantile friggendo sgagliozze e popizze). I risultati son stati sorprendenti e si è rinsaldato  un  rapporto di fiducia e stima. Non voglio sprecare  questa semina che comincia a dare frutto .

 Ulteriore conferma è arrivata dalla mostra -laboratorio realizzata un mese fa nel Fortino, dal titolo ” A Mani Libere” dove tutti i liberi cittadini d’ogni età , studenti d’ogni ordine e grado e ragazzi della città vecchia sono stati invitati a realizzare un’opera collettiva : un grande Mosaico che aprisse la riflessione sulla ” cosa bella e la cosa di tutti ” proprio qui nella Città Vecchia. La risposta è stata molto positiva, inutile dire che la banda dei ragazzini di strada era puntuale ogni pomeriggio nel Fortino per realizzare le tessere di questo grande mosaico.

 Non  mi dilungo ancora sull’esperienza che se volete possiamo approfondire in altra sede. Qui tengo a dire che , come maestro d’arte e se vogliamo educatore di strada, e come me altre persone , vorremmo continuare ed offrire sostegno ed altri modelli  a questi ragazzi (dalla spiccata intelligenza )nell’ottica di una riqualificazione sociale che attiene  alla evoluzione di un territorio nel rispetto di una identità che questo territorio e questa gente già esprimono. Un intervento di arte sociale che silenziosamente ho cominciato ad operare da un po e che diventa anche drade unions fra territori e ceti.

 Ho colto la vostra occasione di dibattito per dichiarare ciò  apertamente e confido nella vostra capacità di risonanza perchè possa nascere interesse da parte dell’amministrazione a ripensare alcune aree della città vecchia in funzione dei nuovi bisogni e non di meno a sostenere iniziative riqualificanti. Certo è che rimane fondamentale continuare ad operare fra questa gente alzando sempre più il tiro.

Mi piacerebbe confrontarmi con voi per progetti futuri e pensare insieme( ho già qualche idea che mi frulla per la testa )

 

Grazie per l’attenzione e l’opportunità

Maria Pierno

Alcuni link per conoscerci un pò !

https://www.maltadigeris.com/

https://www.youtube.com/watch?v=I8ViXGOpbXI

https://www.facebook.com/Maria-Pierno-Opere-452978078240220/

Casa atelier Malta di Geris

via Fragigena 11 | 70122 Bari

maltadigeris.com | T. +39-338-6354962

Bari Vecchia vent’anni dopo il Piano Urban. Un contributo di Nicola Martinelli.

E’ importante nel parlare dei 20 anni del PIC Urban Bari partire da uno sguardo allargato sulla condizione dei centri storici italiani così come appare nella ricerca CENTRI STORICI E FUTURO DEL PAESE analisi della ricerca sulla condizione demografica, economica, edilizia e immobiliare a cura di ANCSA e Cresme del 2017. Nel 0,06% del territorio italiano, una parte molto esigua, vive il 2,5% della popolazione, poco meno di 1,5 milioni di abitanti (1.488.269) ma si trova l’8,4% degli addetti e soprattutto il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici, il 14,0% dei servizi di produzione; il 13,4% delle attività ricettive. Da un lato ci sono centri storici in abbandono e degrado, dall’altro in crescita, e anche iper-crescita se pensiamo alle dinamiche turistiche di alcune delle città d’arte italiane.

Il centro antico di Bari, perché non dobbiamo mai dimenticare che centro storico della città è anche il quartiere Murattiano, a vent’anni dall’attuazione dell’Urban è in una posizione mediana tra gli estremi del degrado e quelli della crescita a cui prima si accennava, si sono restituite parti importanti alla città; piazze, spazi pedonali e un nuovo rapporto con il mare, ma ci sono ancora problemi di infrastrutture a rete incompiute che lasciano una parte dei residenti in uno stato di disagio, a questo si aggiunge il “consumo” degli spazi da parte della movida e degli usi impropri. Pertanto, a vent’anni da quella importante esperienza di recupero l’Amministrazione di Bari, che mostra una particolare cura nella realizzazione di nuove opere pubbliche, deve risolvere quei problemi di disagio abitativo ancora esistenti e al contempo sottrarre gli spazi pubblici agli usi impropri che, se non direttamente sostenuti dall’A C, non vengono però impediti. Tutti ci auguriamo  che il nuovo Polo delle Arti Contemporanee innalzi l’offerta di qualità degli eventi culturali a Bari Vecchia e che la stessa venga alleggerita di funzioni diffondendo gli eventi in altri quartieri della città e lungo il waterfront.29542287_1996482767048480_3174775883664211234_n

Bari Vecchia. Vent’anni dopo il Piano Urban.

urban 20Lunedì 26 marzo. ore 18,30. museo civico di Bari.

Conversazione con la sociologa Mirella Giannini, l’architetto Nicola Martinelli, l’archeologa Francesca Radina.
Vent’anni dopo l’avvio dei lavori del Piano Urban permangono problemi di natura sociale ed economica mentre si affacciano opportunità di valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale.
Come governare tali contraddizioni? Tra problemi di natura fognaria ancora irrisolti e nuove scoperte consegnateci dall’archeologia urbana.
Ingresso libero.

Vent’anni ci separano dall’avvio dei lavori del Programma Urban a Bari Vecchia: un finanziamento di 42 miliardi di lire deliberato nel 1996 dall’Unione Europea per gli interventi di risanamento ambientale, di rivisitazione urbanistica e di recupero sociale della parte antica della città; a seguire si aggiunsero i 13 miliardi di lire dei fondi Pop (Piani Operativi Pluriennali) e i 10 miliardi di lire per il Museo Nicolaiano. Un intervento senza precedenti, di grande complessità che mirava a tutelare e valorizzare il cuore , lo scrigno storico di Bari, all’epoca impermeabile al resto della città.

I primi lavori, in piazza del Ferrarese, ebbero inizio nel 1998; venti anni sono un periodo sufficiente per un primo bilancio su quanto si è fatto e su quanti e quali degli obiettivi che ci si era prefissati sono stati raggiunti. E’ quanto contiamo di fare nell’incontro che si terrà lunedì 26 marzo presso il museo civico di Bari.

Certo il tempo ha squadernato evidenti contraddizioni. A cominciare dall’attualità, i fondi appena conquistati per il completamento dei lavori del museo di Santa Scolastica e a due passi da lì i lavori per lo smistamento della fogna bianca da quella nera ancora da realizzare; l’apertura di un centro sociale in strada Annunziata (U’scaffuat’) poi abbandonato dal Comune per mancanza di fondi; la pedonalizzazione e la conquista alla fruizione delle piazze Ferrarese e Mercantile e il conseguente incontrollato proliferare di attività per la somministrazione di cibo e di vivande; la conquista di migliaia di nuovi visitatori dei tesori della città vecchia e il permanere dello spaccio per strada; un maggior controllo del territorio e l’uccisione di Michele Fazio; la venerazione del Santo

e le tante chiese ancora negate alla vista dei fedeli e dei turisti.
Contraddizioni che richiederebbero un proprio governo, in realtà mai realizzato. A partire dalla mancata integrazione con il Piano Particolareggiato pur approvato in sede consiliare nel gennaio del 2000.
E tante le occasioni perse per interventi previsti nel Programma Urban e mal realizzati: un parco con parcheggio sotterraneo in largo Santa Chiara, la promozione di attività artigianali anche con percorsi dedicati, l’attuale sala Murat originariamente destinata al recupero delle attività mercatali
e poi destinata ad usi diversi e a tutt’oggi molto confusi.
Ma un bilancio è fatto di tante voci e ce n’è una essenziale: in questa parte della città c’è comunità, c’è un terreno solido sul quale continuare a seminare ed è motivo di speranza verificare quanto siano partecipate le iniziative e gli incontri promossi dalla parrocchia Cattedrale, dalla associazione Vallisa, dal circolo Acli Dalfino e ancora più recentemente dal comitato del parco del Castello, dall’associazione ArTa insieme al consorzio Idria che gestiscono il rinato museo civico, di palazzo Simi, sede della soprintendenza ai beni archeologici.
Nell’immediato futuro vi sono le attese per le opere di riqualificazione che comporteranno la disponibilità dello stabile dell’ex mercato del pesce, del teatro Margherita, del museo di Santa Scolastica.
C’è da essere ottimisti.
Ma a fronte di questo massiccio impiego di risorse pubbliche, qual è il ruolo e la compartecipazione dei privati? Ecco una domanda che a tutt’oggi rimane una posta in bilancio completamente vuota e sulla quale sarebbe interessante stimolare un. pubblico confronto.

Franco Neglia
presidente Associazione Murattiano

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